Specchio Numero 98, 6 Dicembre 1997. ©17/7/1995 Editrice La Stampa SPA.

Harrison Ford: Eroe per caso

Se s’è da interpretare il presidente degli Stati Uniti, un agente della Cia, un volontario di pace in Bosnia, insomma un tipo deciso e pieno di energia, va a finire che i produttori chiamano [e strapagano] lui: Harrison Ford, ovvero l'unico attore contemporaneo in grado di reggere il confronto con i primattori della vecchia Hollywood. Quello che ancora facciamo fatica a immaginarci senza il cappellone a larghe tese e la frusta di Indiana Jones. A 55 anni suonait, e con decine di giovani concorrenti in agguato, rimane lui la faccia onesta del cinema americano…

Davvero Harrison Ford è la star del secolo? Come mai le parti di eroi gli riescono così bene? E non ha mai avuto la tentazione di esserlo anche nella vita?

Lui ci toglie ogni illusione: “Altro che superman, al massimo sono un raccontatore di storie. Recitare in un film è come fare il benzinaio oppure il cameriere. Con la differenza che, se sono fortunato, mi capita di servire sei milioni di clienti alla settimana.”

Nonno, sì. Ma eroe. Guardi in faccia Harrison Ford, il più stupefacente cinquantacinquenne in circolazione, e ti rendi conto che è davvero fatto di una pasta speciale. Signori, ecco a voi la star del secolo. L'hanno proclamato prima l'associazione americana degli esercenti cinematografici (nel 1994) e poi Empire, la più seguita rivista britannica del settore (nell'ottobre 1997). Nonostante la temerarietà dell'affermazione, pochi hanno avuto il coraggio di mettersi a discutere: perché nessuno pare più inattaccabile, da questo punto di vista, di chi è riuscito a essere, in un piccolo pugno di anni, Han Solo di Guerre stellari e Jack Ryan della Cia, il cacciatore di replicanti di Blade Runner e Indiana Jones, il presidente degli Stati Uniti e il fuggitivo Richard Kimble. D'accordo: forse una star del secolo è futile trovarla, visto che è questione di gusti, risonanze ed emozioni personali. Ma certo, con la possibile eccezione di Sean Connery, l'ex falegname dell'Illinois (lo Stato natale di Abraham Lincoln: anche se Harrison non è nato in una capanna di tronchi) sembra essere l'unico divo contemporaneo che, ragionevolmente, possa essere affiancato ai miti virili di ieri e dell'altro ieri: per intenderci ai John Wayne e agli Henry Fonda, agli Humphrey Bogart e ai Burt Lancaster. Una ricchezza e un'autorevolezza interpretativa che aumentano con l'età: alla faccia dell'industria hollywoodiana, dove, nonostante molti professionisti vi si applichino con costanza, è difficile trovare nomi che funzionino per più di tre mesi. Dove saranno finiti Leonardo DiCaprio o Matthew McConaughey fra cinque, dieci anni? Forse sul palco del-l'Oscar, forse tra i dimenticati. Mister Ford invece, a trentun anni dall'esordio (nella parte microscopica del fattorino in un oscuro film con James Coburn che si chiamava Dead Heat On A Merry Go-Round), è ancora lì, tosto come la rocca di Gibilterra, a proseguire la tradizione.

Ma quando gli chiedi che cosa ne pensa, tira fuori quel sorriso un po' storto che ha fatto la felicità di alcuni milioni di ragazze e cerca di sdrammatizzare: “Wayne, Fonda, Bogart, e poi? Credo che ci sia soltanto una star hollywoodiana alla quale ancora non mi abbiano paragonato, e quella è Betty Grable.” Il tocco finale alla sua beatificazione è venuto quando gli hanno affibbiato la parte di presidente degli Stati Uniti, in Air Force One di Wolfgang Petersen. Onore che lui ha continuato a considerare, semplicemente, come una parte del mestiere. “Non che fosse il sogno della mia vita,” ha spiegato a Specchio quando è venuto a presentare il film all'ultima Mostra di Venezia. “Ma nel contesto del film l'ho trovata una parte bellissima, perché mi piacciono i ruoli che contengono una componente morale di un certo rilievo. E poi mi sono messo, come sempre, dal punto di vista del pubblico. È molto divertente vedere quello che succede dietro le quinte: qui si prende la persona che ha più potere al mondo e la si caccia in una situazione di assoluta emergenza. È interessante vedere come reagisce quando è ridotto a essere un uomo come gli altri.” E lei, che un uomo come gli altri non può più dirsi, ha mai la tentazione di considerarsi superman anche nella vita? “Non scherziamo. A parte che non mi sono mai trovato in situazioni di vero pericolo, di autentica emergenza, non è che puoi seguire un corso da eroe, quella non è mica una professione che puoi imparare da piccolo. E poi, se ci pensa bene, neanche i miei personaggi, dopotutto, possono dirsi tali.…” Indiana Jones? “Un archeologo con una certa prestanza fisica.” Jack Ryan? “Un analista della Cia.” Han Solo? “Ma Guerre stellari è una favola! Andiamo, i veri eroi sono altri: quelli che si sacrificano per il prossimo, oscuri, sconosciuti, senza i riflettori puntati.” Ci tolga almeno un dubbio: è vero che non ha usato controfigure? “Beh, in questo film proprio non ce n'era bisogno. Levatevi ogni illusione: il massimo della mia attività fisica consiste nel giocare a tennis tre o quattro volte la settimana.” E se le dicessero che, al momento, tra Bill Clinton e Harrison Ford è lei a vincere in popolarità? “Ne concluderei che sono più popolare del Presidente semplicemente perché faccio un lavoro meno complicato del suo. Cioè l'entertainer.” Katharine Hepburn diceva: “Il mio è un mestiere concreto, sono come l'uomo che cura la manutenzione della caldaia.” In una variazione sul tema, Harrison Ford afferma di essere “una specie di aiuto-raccontatore di storie. È come fare il benzinaio, oppure il cameriere. Con la differenza che, se sono fortunato, mi capita di servire sei milioni di clienti la settimana.”

Di fronte a tanta laconicità e a tanto understatement, un aiuto per spiegarsi le ragioni del carisma fordiano può forse arrivare da Internet. Al sito http://www.smartlink.net/~deej7/fav_poll.htm, centinaia di entusiasti rispondono al fondamentale quesito: “Perché Harrison Ford è uno dei vostri attori preferiti?” Non mancano le risposte vagamente perverse: “È la cicatrice sul mento. Okay, l'ho confessato. Al diavolo la sua mostruosa capacità di esprimere credibilmente il coraggio e il dolore; è la cicatrice. E il naso.” Ma al di là degli eccessi feticistici, quasi sempre è la solida fisicità di Harrison Ford a essere tirata in ballo come buon motivo per amarlo: una quercia dalle radici profonde che è capace di infonderti sicurezza (anche quando scende dallo schermo: con i suoi uno e 83 di statura è tra i pochi attori di Hollywood a non deluderti quando lo incontri di persona). Gli aggettivi che ricorrono più di frequente nei messaggi dedicatigli sul Web sono “strong” (forte), “honest” (onesto), “believable” (credibile). Fondamentale importanza è attribuita alla sua voce, molto più profonda di come uno se l'aspetti, e peccato per noi italiani che lo dobbiamo sempre sentire doppiato, sia pure da ottimi professionisti. Ma anche la durata nel tempo ha il suo peso, perché ormai Harrison può contare su gente che lo celebra così: “Sono innamorata di lui da quando avevo otto anni. È l'uomo più bello che io abbia mai visto. E la scena che più adoro nei suoi film è quando fissa con amore Carrie Fisher nell'Impero colpisce ancora…. ooooh baby!”

Per approdare a più prosaici discorsi finanziari, ricordiamo poi che Harrison Ford fa parte di quell'élite che, nel gergo hollywoodiano, si definisce in grado di “far aprire un film”: è cioè, come spiega il Los Angeles Times, tra “le superstar che generano negli spettatori un tale senso di aspettativa e di speranza da farli precipitare tutti al cinema nel primo weekend di uscita.” Resta un certo riserbo sullo stipendio dell'uomo compreso nel cast di sei tra le pellicole più viste nella storia del cinema (le saghe di Indiana Jones e di Guerre stellari): gli ultimi dati confermati risalgono a Sabrina, film del 1996 neppure andato troppo bene, per il quale ha ricevuto 22 miliardi e mezzo di lire, e a Air Force One, per il quale è arrivato a 37 e mezzo. Per di più, il numero del settimanale Entertainment Weekly uscito lo scorso 31 ottobre ha fatto salire Harrison Ford dalla posizione numero 67 a quella numero 17 nella lista degli uomini di spettacolo più potenti d'America: merito del trionfo di Air Force One, “un colosso da 170 milioni di dollari fatto atterrare perfettamente.” In attesa di due film che si annunciano piuttosto interessanti, cioè Six Days, Seven Nights, storia d'amore su un'isola deserta, e Age of Aquarius, nel quale impersonerà un volontario di pace in Bosnia.

 
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Naturalmente al pubblico femminile piace molto che un tipo così, eroe suo malgrado, dopo un divorzio giovanile che, a quanto si è lasciato sfuggire una volta, è stato “il più grande dolore della sua vita,” sia sposato da quindici anni e molto felicemente con una donna non bellissima ma piena di talento: Melissa Mathison, fisicamente del genere Camilla Parker-Bowles, sceneggiatrice di E.T. e del prossimo film di Martin Scorsese Kundun. Lavoreranno mai insieme i coniugi Ford? “Generalmente preferiamo dedicarci a cose diverse, ma ci sono un paio di progetti in circolazione che potrebbero farci cambiare idea.” I suoi figli maggiori, Benjamin e Willard, sulla trentina, sono quanto di più lontano si possa immaginare dal cliché del rampollo hollywoodiano: uno fa lo chef in un ristorante e l'altro insegna. Poi ci sono i piccoli di casa, Malcolm di nove anni e Georgia di sei, esibiti in pubblico con molta parsimonia: forse a un paio di partite di basket, mentre si fanno comprare il pop corn da papà. E il primo frutto della terza generazione, cinque anni, “che è stupendo, e che ha la fortuna di giocare con due zii praticamente della sua età.” Cosa può raccontarci della sua vita di famiglia? “Poco, perché è il massimo della banalità. Se sono a Los Angeles o a New York mi manca molto il mio ranch nel Wyoming, perché tutto quel che m'interessa si trova lì." Niente fruste, niente cappelli a larga tesa, niente sparatorie, niente inseguimenti, niente elicotteri. Ma una matocicletta sì, almeno quella: “Cavalcarla mi fa sentire vivo.”

- di Egle Santolini

Spillo: A un certo punto mi chiesero di scrivere una scena in cui Indiana Jones si rivelava un playboy: doveva comparire in smoking e ricevere in camera una bionda alla Jean Harlow. Ma io ero perplesso, perché avevo la sensazione che le due facce di Indy, il professore universitario e l'avventurieto, già complicassero abbastanza la faccenda. Una delle cose migliori dell'interpretazione di Harrison sta proprio nella capacità di mescolare i due elementi in modo credibile. Non esagera mai. Quando fa lezione con gli occhialini tondi sfodera uno charme assoluto. Eppure non ti pare assurdo che, cinque minuti dopo, diventi un uomo d'azione scatenato. La scena di seduzione? Per fortuna è saltata. - di Lawrence Kasdan, sceneggiatore dei Predatori dell'arca perduta